Ermanno Olmi – fra i più grandi e pluripremiati cineasti viventi – è stato da sempre molto attento ai temi della religiosità. Indimenticabili alcune pellicole: E venne un uomo (sulla figura di papa Giovanni XXIII), Centochiodi (2007) e il recente Il villaggio di cartone (2011).

In tempi recenti, poi, il regista si è espresso senza reticenze in interventi pubblici sulla “fatica” attuale della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo.

Nel 2012 avevo letto in una sua intervista una frase che mi aveva folgorato: «Questa Chiesa ha dimenticato la sua essenza: Gesù di Nazareth». A partire da questa “folgorazione” ho inseguito per un po’ di tempo il grande maestro e gli ho chiesto in punta di piedi se avrebbe voluto cogliere la sfida di scrivere una Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù. La sintonia sull’idea è stata immediata e anche il “genere lettario” proposto, quello epistolare, è parso a Olmi il più efficace per affrontare argomenti non facili, spinosi.

Nel corso di una lunga e faticosa stesura (e ristesura) è nato un testo appassionato, che attinge alle emozioni più profonde. Il suo Autore, con grandissima umiltà e senza supponenza, non si nasconde che forse certe affermazioni disturberanno gerarchie e devoti benpensanti.

Olmi denuncia soprattutto certi “apparati”, lontani dagli uomini e dalle donne di questo tempo, eccessivamente pomposi e salmodianti, che hanno esaltato la “liturgia dei riti” dimenticando la “liturgia della vita”, aprendo sportelli bancari anziché combattere l’idolatria del denaro, svilendo la sacralità della coscienza per farsi giudici senza misericordia.

Per tutta la vita l’artista ha usato immagini filmiche per raccontare il desiderio di infinito dell’uomo, il suo stupore di fronte alla bellezza e il suo interrogarsi di fronte al mistero della vita. In questa Lettera ha scelto la parola scritta, convinto che essa possa diventare come il seme per il contadino. Il contadino ha fede nel seme e nella zolla oscura. La Lettera vuol essere un piccolo seme, gettato non attraverso un ragionamento filosofico, ma attraverso un atto di fiducia.