L’idea mi è venuta a mollo in una vasca termale all’aperto. Dice che fa bene. La mia schiena sta ancora una schifezza, ma almeno ho scritto questa storia. Se vi farà bene leggerla, la storia di Angelo, non lo so mica. Immerso nell’acqua puzzolente, ho avuto subito chiara la trama: inizio, svolgimento, fine. E l’ambientazione. Non ho mai creduto troppo agli scrittori che dicono "i personaggi mi sono venuti a cercare, hanno preso una loro strada, mi hanno portato dove non immaginavo, il romanzo si scriveva da solo e io ero solo un mezzo...". Buon per loro. Se aspettavo che mi venivano a prendere, ci facevo le alghe in quella piscina.

L’ho scritto in un mese scarso, all’alba o di notte, nel poco tempo lasciato dal lavoro e dalle famiglie. L’ho scritto veloce come vorrei che venisse letto. A me, da consumatore di parole, piacciono i romanzi che ti fanno venire urgenza di finirli. Secco come un pugno allo stomaco, senza troppi fronzoli.

Perché l’ho scritto? Perché mi piace scrivere. Punto. E siccome di mestiere faccio il giornalista, sono viziato e preferisco che quanto scrivo venga anche letto. Se poi addirittura piace, è il massimo. Non ho mai tenuto un diario segreto nel cassetto.

È una storia che sfiora e smuove tanti temi, nelle mie intenzioni è divertente e disturbante, ti tira uno schiaffo mentre stai ridendo e ti fa il solletico mentre ti stai inquietando. Come la commedia all’italiana. Come la vita. Non ho teorie da sostenere, non ho mondi da stupire, non ho bisogni da sfogare, non ho verità da rivelare. A me dei bambini (come degli adulti) attrae il lato oscuro: la cattiveria innocente, la solare efferatezza. Anche loro hanno come tutti, nel loro piccolo, quel sacchettino nero dentro, pieno di inchiostro come quello dei polpi o delle seppie. E schizzano fuori nero all’improvviso, quasi sempre per difendersi, dicendo, e talvolta anche facendo, cose terribili. Cinema e letteratura sono pieni di bambini così. Potrei citare tanti titoli di libri e film del genere che ho amato, che mi hanno colpito, segnato, formato.

A scanso di equivoci, non ho pretese né competenze pedagogiche, sono un semplice autodidatta: tutta esperienza sul campo, prima da figlio e poi da pluripadre. Consapevole dei danni che i genitori inconsapevolmente possono combinare. Potrei mutuare una citazione che, prima di essere tritata dai social network, era ancora colta. "Tutte le infanzie felici si assomigliano, ogni infanzia infelice è invece disgraziata a modo suo".

Infine, anticipo le domande più frequenti che mi vengono rivolte quando scrivo un libro (non so agli altri): 1) dove lo vendono? In libreria, dovrebbe essere la risposta più attendibile, ma non diamo niente per scontato. 2) sì, ma nella libreria sotto casa mia? Spero di sì, se vuoi gli telefono io. 3) di che parla? Di un bambino un po’ speciale (Di solito si accontentano anche se, dalla Bibbia a Pinocchio, ci sta tutto in una definizione simile) 4) è autobiografico?

Ecco, questa è la peggiore di tutte. Se bontà tua lo leggi fino in fondo, amico mio, puoi risponderti da solo. L’hanno messo nella collana thriller: fai un po’ tu. E comunque sì, okay, è "anche" autobiografico perché ho attinto a piene mane a cose che ho visto, persone che ho conosciuto, esperienze che ho vissuto, sensazioni che ho provato, città che ho abitato. Ho rubato (e approfitto per scusarmi con i depredati) pezzi di vita qua e là, a destra e a manca, a tizio e a caio. Forse è solo pigrizia: erano già lì, perché ignorarle? Però poi ho stravolto, trasfigurato, inventato, esagerato, fuso, ruminato, impastato, mischiato tutto. Se ti portano una macedonia, è importante sapere se il cuoco è andato di persona a cogliere le banane?

C’è una morale? Questo me lo sono chiesto da solo, alla fine. Sì, c’è. E’ la stessa sull’amore di un vecchio film di Nanni Moretti, uno dei miei preferiti. Non vi dico quale, per il vostro bene di lettori che a un romanzo chiedete, a un certo punto, anche di stupirvi un pochino. Di solito verso la fine.